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La nuova situazione sociale esacerbata dall’ultimo periodo di pandemia ha sottolineato, una volta di più, come il domicilio possa in alcuni casi diventare per le persone un luogo di confort, in cui sentirsi maggiormente protette e a proprio agio, e di come possa rappresentare uno spazio di potenziale alleanza terapeutica e di lavoro per lo psicologo.

Di questo si è occupato il webinar organizzato dall’Associazione “Eticamente”, Centro Studi e Ricerca in Psicologia Clinica, in collaborazione con la nostra Associazione InVerso, Centro di Psicoterapia, proponendo un approfondimento ricco di spunti di riflessione ed esperienze inerenti al tema degli interventi domiciliari.

Dopo una prima presentazione della Dr.ssa Laura Dominijanni riguardante la modalità di lavoro utilizzata dalla nostra Associazione nel caso di interventi domiciliari, si è entrati con il contributo del Dott. Gian Luca Banini e della Dott.ssa Lia D’Angelo un po' più nel vivo di alcune situazioni e scenari tipici in cui il terapeuta domiciliare può trovarsi ad operare e a dover quindi ripensare il proprio modo di stare in relazione, curare il setting e definire gli obiettivi. Ciò ha reso possibile focalizzare nuove prospettive sulle potenzialità che il domicilio può offrire e ha dato vita a una serie di riflessioni e domande dei partecipanti.

Durante il webinar è emerso in maniera chiara che lavorare a domicilio significa prima di tutto utilizzare una dimensione diversa da quella a cui un terapeuta è abituato, ma che allo stesso tempo può rappresentare l’ambito di competenza dove una persona/paziente/utente ricomincia ad attivarsi.

Il domicilio è uno spazio privilegiato dove la persona che soffre e che si trova probabilmente “bloccata” (sia essa adolescente, adulto o anziano) spesso si sente protetta ed è da qui, dunque, che a volte bisogna partire per cercare una via che le permetta di “uscire”, di sentire l’esterno come un luogo da ri-abitare, migliorando la propria qualità di vita.

Si è poi proseguito allargando il discorso anche alle problematiche che possono coinvolgere le famiglie dei pazienti che spesso sono anche le prime a contattare i professionisti facendo richiesta per i cari in difficoltà, i quali faticano ad uscire all’ “esterno”.

Talvolta, infatti, i familiari che in prima persona provano a prendersi cura delle problematiche dei pazienti/utenti provando a farli muovere dal loro ritiro, non riuscendoci si vedono costretti a richiedere un intervento domiciliare.

In questi casi riteniamo importante che il professionista faccia un lavoro anche con i familiari, rendendoli parte attiva del processo e più competenti nel sostenere il carico assistenziale, aiutandoli ad inserirsi nella rete di servizi/risorse che sta nascendo.

L’intervento domiciliare, dunque, sebbene si occupi in prima battuta dei bisogni del paziente, allarga spesso la sua azione e lo sguardo ai sistemi di appartenenza della persona e alla rete dei servizi, acquisendo  una certa complessità. E’ per questo che si è sottolineato l’importanza di un’equipe alle spalle del professionista che opera come un “palombaro”; quest’ultima metafora è stata molto apprezzata in quanto rende perfettamente l’idea di come lo psicologo debba immergersi nel mondo del paziente/utente, ma allo stesso tempo necessiti di essere supervisionato da un gruppo che può sostenerlo nelle situazioni più complesse e con il quale può confrontarsi, ricevendo aiuto per “tornare a galla” qualora ce ne fosse bisogno.

Altra tematica importante emersa all’interno del webinar è il supporto che, specialmente in un periodo come quello che stiamo affrontando, possono offrire le nuove tecnologie; in particolare si è parlato della possibilità di spostare l’intervento domiciliare verso un intervento on-line nelle situazioni più delicate in cui, per esempio a causa della pandemia dovuta al Covid-19, il professionista sia impossibilitato o si senta poco “sicuro” ad entrare fisicamente nel domicilio della persona (con le inevitabili ripercussioni che questo avrebbe nella relazione terapeutica, contesto in cui è fondamentale costruire e sperimentare un senso di sicurezza). Poniamo ad esempio il caso di un soggetto anziano e fragile che però grazie all’aiuto dei figli riesce a seguire le sedute col terapeuta on-line su una delle tante piattaforme disponibili: può essere una grande risorsa!

Sfortunatamente non è rimasto tempo sufficiente per approfondire tutti gli input dati dai molti partecipanti che avevano sollevato alcune questioni interessanti, ma è stato importante sottolineare come, negli ultimi anni, la possibilità di un intervento domiciliare abbia messo in atto un mutamento all’interno dell’azione professionale dello psicologo stesso.

In conclusione, l’intervento psicologico domiciliare può caratterizzarsi in uno specifico assetto di supporto, esattamente come in un setting classico, nel quale si può intervenire in maniera efficace rispetto a specifiche domande e richieste, in rapporto alle quali altre modalità di lavoro risultano essere meno opportune al fine degli obiettivi che il professionista vuole perseguire.

Fiduciosi di avere altre occasioni per continuare ad allargare e arricchire lo scambio attivato, ringraziamo di cuore i tanti colleghi che vi hanno partecipato.

 

Articolo redatto da

Gianmarco Tessari

25/06/2021 

Martedì, 26 Gennaio 2021 11:33

IL RITIRO SOCIALE IN ADOLESCENZA

 

Nel corso dell’adolescenza il senso di vergogna, di impotenza e la generale confusione, vissuta nella fase per eccellenza di costruzione della propria identità, possono essere motivo per ragazzi e ragazze di smettere di investire sulle proprie risorse e sulle relazioni interpersonali.

L’isolamento diventa per loro la chiave di volta per affrontare il quotidiano, così ostico se vissuto fuori le mura di casa.

Senza dire che la dura realtà con cui la pandemia ci sta facendo confrontare da ormai tanti mesi, è sempre più fatta di relazioni virtuali... ciò che sta "fuori" e in carne e ossa è da avvicinare con prudenza (e diffidenza?)... e allora il ritiro può sembrare la via più "sicura".

 

COS’E’ IL RITIRO SOCIALE?

Quando si parla di ritiro sociale si fa riferimento al fenomeno riguardante quegli adolescenti che si rintanano a casa, spesso nelle loro camere, abbandonando le relazioni di amicizia con i pari e ogni tipo di contatto sociale.

Computer, social network, tv e consolle diventano per questi ragazzi validi sostituti del mondo reale, al punto tale da sentirsi appagati nel vivere la loro quotidianità tra film, videogiochi e contatti virtuali, a volte dimenticandosi persino di dover mangiare e prendersi cura di sé.  

La totale immersione in una sorta di realtà parallela può essere inoltre fautrice per questi adolescenti ritirati di un’inversione del ritmo sonno-veglia.  Sembrerebbe quasi non esservi per loro distinzione tra il giorno e la notte: dormono di giorno e “vivono” di notte.

Spesso il fenomeno del ritiro sociale in adolescenza ha origine da una fobia scolare, associata ad un senso di solitudine e d’inefficacia del ragazzo o della ragazza.

La porta di casa e ancor più spesso la porta della propria camera diventano il confine che scelgono di non valicare perché spaventati da quello che c’è fuori.

La stanza in cui quindi scelgono di rifugiarsi riveste per loro il significato di luogo sicuro in cui, da una parte, potersi proteggere dalle esperienze reali e concrete, dall’altra, concedersi di sperimentarsi per mezzo di esperienze immaginarie stimolate e sviluppate attraverso la rete.

 

COME INTERVENIRE IN SITUAZIONI DI RITIRO SOCIALE?

L’accesso dell’adolescente allo studio di uno specialista in questi casi può risultare faticoso, se non proprio impossibile in una prima fase. È auspicabile che un intervento di sostegno psicologico domiciliare possa permettere al ragazzo/a di ri-prendere confidenza con l’esterno attraverso un passaggio che prevede prima l’immersione del terapeuta direttamente nella realtà casalinga dell’adolescente.

L’Associazione In-Verso, considerando l’oggettiva difficoltà di uscita dalla zona confort costruita dal ragazzo/a, propone un servizio di Sostegno Psicologico e Psicoterapia a Domicilio in cui è il professionista a muoversi ed inserirsi negli spazi di vita del paziente, non perdendo mai di vista la famiglia che viene accompagnata e supportata lungo tutta la presa in carico.

 

Articolo redatto da Maria Adele Fasanella, 25/01/2021

 

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