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Martedì, 12 Dicembre 2017 23:18

La "solitudine" dello psicologo domiciliare

Per uno psicologo lavorare presso il domicilio del paziente - lo sa bene chi già opera in questo contesto - non è una semplice variante logistica! Spostare il setting dal proprio studio/ambulatorio per entrare nel luogo dell’intimità e quotidianità dell’utente è un movimento che attiva, fra le parti in gioco, infinite, particolari e complesse emozioni e dinamiche.

Lo psicologo si ritrova all'interno di uno scenario decisamente differente da quello in cui lo colloca l’immaginario collettivo: non più comodamente seduto sulla propria poltrona, taccuino alla mano e lettino, bensì…immerso negli spazi sconosciuti abitati dal paziente e dai suoi familiari. Spazi che spesso “parlano” in modo molto forte della sofferenza o del disagio per cui viene richiesto l’intervento domiciliare, spazi in cui si respira il clima emotivo che permea la quotidianità di chi ci vive, spazi che necessitano a volte di nuovi confini e possibilità di esplorazione, di essere reinvestiti emotivamente, di diventare luogo di cura ed evoluzione, laddove invece magari sono percepiti principalmente come luogo di malattia o di esasperato e doloroso conflitto. Essere catalizzatore di una trasformazione di questo tipo richiede allo psicologo diverse competenze. Innanzitutto flessibilità e creatività, per utilizzare al meglio le risorse e le sorprese che si trova intorno a disposizione, per adattarsi alla mutevolezza delle situazioni. Questo però mantenendo fermo il setting, inteso come assetto interno, funzione psichica che permette alla relazione di essere pensata e contenuta dentro dei confini chiari. Lo psicologo domiciliare dovrà anche avere la capacità “sistemica” di entrare, accomodarsi e associarsi (per dirla con Minuchin, padre fondatore dell’approccio strutturale sistemico) senza rimanerne invischiato o essere manipolato, cosa che è evidentemente più delicata quando si entra letteralmente dentro al sistema. Sarà inoltre necessario saper fare un buon lavoro di rete, perché le situazioni domiciliari sono spesso, per loro stessa natura, complesse e bisognose di un intervento che tenga insieme i pezzi: potrebbero esserci, per esempio, altre figure professionali private coinvolte (quali educatori, badanti) oppure un percorso attivo o da attivare presso csm o altri servizi territoriali, enti del terzo settore, etc.

 

Terapia domiciliare: quali sfide per lo psicologo?

Da quanto detto finora, risulta chiara la complessità e le sfide con cui si confronta lo psicologo domiciliare. Tra queste, spicca in primo luogo la necessità di uscire dal senso di solitudine che spesso sperimenta. E’ proprio questo il vissuto che più frequentemente viene riportato da chi lavora nel contesto domiciliare: ci si trova molto esposti emotivamente, immersi in situazioni complesse, “ospiti”, senza avere le spalle coperte da una istituzione o dalla cornice professionale dello studio, fisicamente lontano dai colleghi.

Ovviamente i possibili contesti e l’utenza per la quale l’intervento domiciliare di tipo psicologico ha senso di esistere sono multipli e diversi tra loro, ma in genere hanno due caratteristiche: complessità e fragilità. Si tratta di dimensioni che hanno bisogno di essere pensate e tenute insieme: per fare ciò la mente di gruppo è una risorsa fondamentale.

InVerso si occupa da anni di psicologia e psicoterapia a domicilio e ciò che ci consente di procedere in questo affascinante e complesso ambito di intervento è indubbiamente il lavoro di gruppo che fa da contenitore e contesto di elaborazione di vissuti e dinamiche intrapsichiche ed interpersonali, ci consente di “pensare” storie e possibilità, guardare con doppio sguardo interno-esterno i sistemi in cui entriamo.

La domanda di intervento domiciliare sembra essere in aumento, ma se consideriamo la delicatezza e la fatica del lavoro che si fa a domicilio (pensiamo alle situazioni psichiatriche, alle disabilità gravi, alle patologie degenerative o in fase terminale) appare evidente il bisogno per noi psicologi di “attrezzarci” adeguatamente: non ci si può improvvisare psicologi domiciliari, perché non si tratta semplicemente di “spostare” il lavoro dallo studio a casa del paziente! E’ necessario piuttosto agire con competenza e con una serie di “tutele”.

 

Lo psicologo e gli interventi domiciliari: quali competenze?

Tre passi importanti da fare per lavorare come psicologo in setting domiciliare:

  1. valutare: capire se fa per noi questa “rivoluzione” di movimento e quale target di utenza si sente di volere e potere avvicinare nel proprio domicilio;
  2. formarsi: è vero che esiste poca letteratura specifica sull’argomento e corsi o contesti di formazione, ma è anche vero che qualcosa inizia ad esserci. L’Ordine Psicologi del Lazio, per esempio, ha attivato un gruppo di lavoro che si chiama proprio “Psicologia e Interventi Domiciliari” che, tra le altre cose, sta elaborando un ebook sull’argomento;
  3. “fare rete”, uscire dall’isolamento, confrontarsi: si tratta di strumenti importanti per lo psicologo in generale, ma ancor di più se opera a domicilio.

InVerso a febbraio attiverà un gruppo di intervisione per psicologi che lavorano in contesti domiciliari. A breve maggiori dettagli ;-)

Articolo redatto da Dr.ssa Laura Dominijanni (dicembre 2017)

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